



Su Harvard Business Review trovo importanti conferme. Nell’articolo di febbraio “Discovering your authentic leadership”, uno dei punti chiave suona così: “Il viaggio verso una leadership autentica comincia dal comprendere la storia della vostra vita”.
E si citano anche le magiche parole di John Barth, scrittore americano postmodernista: “The story of your life is not your life. It is your story”. Vale a dire: non sono gli eventi da soli che contano (ciò che realizziamo e ciò che ci accade), ma è la narrativa che ne facciamo. La tematizzazione continua di quel che ci capita, finalizzata all’incessante tentativo di spiegare la propria presenza nel mondo, di dare un senso alle proprie azioni.
Questa considerazione riporta alla mente tutto il filone dello “story telling” e dell’autobiografia come formazione, e dei magnifici autori che se ne fanno portavoce .
Naturalmente riporta anche alla mente la “collana” del post precedente: le esperienze della vita sono come perle di una collana, il cui significato spesso può solo essere ritrovato a posteriori, quando anche episodi marginali o dissonanti trovano una loro spiegazione e un loro posto dentro il mosaico che compone la nostra storia individuale. Dobbiamo infilare le perle una ad una, affinché nel tempo se ne sveli il disegno, magari solo in retrospettiva, ma è un’attività da fare altrimenti ci ritroviamo a sessant’anni con le perle sparse sul pavimento…
Tornando all’articolo di HBR: questa “perla” di saggezza ci viene regalata da una circostanziata ricerca su 125 leader conclamati, intervistati dagli autori per indagare le caratteristiche che li hanno portati a diventare ciò che ora sono (ovvero leader riconosciuti di importanti realtà d’impresa, governative, no profit, ecc.).
Vi sono tra loro fattori comuni? Tratti condivisi? Somiglianze imprescindibili? La tranquillizzante risposta è: NO. Sono tutti diversi, la leadership non è una caratteristica identificata da elementi univoci o individuali, anzi la diversità si fonda sulla varietà di prospettive e sullo sforzo di autenticità di ciascuno degli intervistati (elemento che viene indicato come chiaro punto di forza della propria leadership).
Mi piacerebbe però fare una prova un po’ birichina. Prendere da una parte i 125 personaggi targati “leader” dagli autori dell’articolo e dall’altra 125 cristiani qualsiasi, scelti random ad una partita di calcio, nelle stesse fasce di età e sesso.
E poi, invitarli tutti insieme ad un party. Come si disporrebbero nella sala? Quali conversazioni e legami si attiverebbero prima? Come in un test a doppio cieco, si tratterebbe allora di vedere se qualche differenza tra i due gruppi emerge. I leader saranno più simpatici? Più intelligenti, più presuntuosi? Più lavoratori, … più comunicativi…
E se, in un fantascientifico esperimento a cavallo tra Orwell e Bunuel, li lasciassimo chiusi là dentro una settimana, che cosa accadrebbe? Trionferebbe il punto di vista di Meg Whitman (la mitica CEO di eBay) o quello dello scatenato tifoso della curva sud?
Magari succede come quando sono entrata per la prima volta in un Ospedale Psichiatrico (no, non ero una paziente!). Sarà incredibile ma il primo problema è stato che non riuscivo a distinguere i malati dai medici e dagli infermieri …Comunque non deve essere capitato solo a me: vi ricordano qualcosa il Dottor Catrame e il Professor Piuma? Provare per credere!
Dal Wall Street Journal del 2 marzo (traduco io liberamente):
“Ci dicono che i soldi non possono comprare la felicità, ma nelle circostanze giuste possono certamente contribuire a generare un certo benessere spirituale e personale”.
Sembra una pista interessante, proseguo nella lettura. Il giornale ha consultato quattro esperti sul tema: come fare a “comprarsi” con 2.000 Euro (per tanti, l’equivalente all’incirca di un mese di stipendio) qualche attimo in piu’ di appagamento profondo e serenità interiore?
Sintetizzo.
IL FILOSOFO: fare trekking per una settimana con un gruppo di persone anche loro interessate al tema, nelle belle valli svizzere. Le passeggiate filosofiche: movimento armonioso del corpo e della mente.
I CONSULENTI/COACH: pescare liberamente (fino a raggiungere il budget, non c’e’ troppo da scialare) in un paniere di iniziative che vanno da:
IL CONFERENZIERE:
seguire un corso di sviluppo personale
fare un coaching per avere un sostegno su ciò che ci si è prefissi di fare.
Sottolineatura: nella cerebrale civiltà occidentale, il rischio maggiore riguarda il fisico. Il secondo, in ordine di frequenza, il tempo per pensare. Vogliono la loro parte! Aiutano a non perdere la via ...

Sempre a caccia di stimoli e idee sul talento, leggo (anzi ho anche visto su YouTube) il discorso di Steve Jobs ai ragazzi di Stanford, quando gli è stata attribuita la laurea ad honorem (eravamo nel 2005).
Quale può essere la propulsione a continuare di una persona (il grande Steve) che e’ stato mandato via dalla stessa azienda che ha fondato e che ha contribuito a far diventare un fenomeno mondiale? Come ha fatto questo testardo protagonista della Silicon Valley a venire fuori da una simile disavventura? Insomma, in altre parole, come riprendere energia dopo una bruciante sconfitta.
Del discorso mi hanno colpito un paio di concetti, a parte naturalmente la limpidezza e la forza delle argomentazioni, cosi candide da essere disarmanti, radicate come sono nell’intimo di una riflessione impietosamente autobiografica.
Mi soffermo solo su due di essi, senz’altro noti, non li ha certo inventati lui. Fanno riferimento a tradizioni millenarie e sono presenti in forma simile in differenti culture. Mi piace sottolinearli perché mi appaiono dei veri capisaldi a cui aggrapparsi quando l’incertezza dilaga. E poi sono rimasta affascinata dallo straordinario corto circuito che, attraverso le sue parole, si crea tra sapienza antica e interpretazione contemporanea.
La prima riflessione è che le esperienze della vita sono come perle di una collana, il cui significato spesso può solo essere ritrovato a posteriori, quando anche episodi marginali o dissonanti trovano una loro spiegazione e un loro posto dentro il mosaico che compone la nostra storia individuale.
Questo concetto mi é chiaro (adesso). Lo uso spesso per me stessa e nel mio lavoro. Infatti é una delle metafore che utilizzo per supportare le persone a ricostruire (o a proiettare in avanti) il filo della loro carriera, che annoda il molteplice e lo trasforma in uno. E’ un concetto cui ricorrere quando tutto sembra perdere senso, e anzi, sembra che noi stessi perdiamo il senso di marcia.
Il secondo si rifà all’apparentemente saggio insegnamento che ci suggerisce di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo della nostra vita.
Beh, sì, giusto, è un bell’insegnamento. Non fosse altro che perché potrebbe ogni giorno essere vero (e a questo punto toccare ferro e fare gli scongiuri è d’obbligo). Ma a parte ciò, ho provato a pensarci su in modo più approfondito e a vedere che impatto potrebbe avere sul modo di impostare le giornate.
E qui sono incominciati i guai: che cosa farei, se sapessi che effettivamente oggi è il mio ultimo giorno sulla terra? Non è per niente facile a dirsi! Ecco probabilmente se fosse proprio l’ultimo radunerei i miei cari, darei a tutti un abbraccio commosso, mi commiaterei da loro, dagli amici, dalle persone con cui lavoro, direi loro tutto quello che avrei voluto sempre fargli sapere e che non ho mai avuto tempo o modo di fare.
La domanda è: ma si può fare qualcosa del genere ogni giorno? A forza di commiati la gente poi non ne può più... Mah, forse c’è dell’altro. Sospetto che il messaggio sia più profondo... probabilmente intorno a questo concetto ci devo girare intorno ancora un pò.
E’ un libro temerario come la psiche stessa. Parla di parole come “vocazione”, “chiamata”, “carattere”. Era tanto che non le sentivo. Nelle assordanti megalopoli del 22mo secolo si può ancora pensare che esiste qualcosa dentro ciascuno di noi che ci spinge a scegliere una certa strada, a fare determinate scelte, anche se a prima vista possono sembrare frutto del caso?
Riusciamo ancora a riconoscere il nostro Daimon, il “demone” che riceviamo fin dalla nascita come compagno, colui che tinge la nostra esistenza di passione. Se esiste, forse dietro il daimon si nasconde il nostro vero talento, ciò che sta dietro alle scelte più profonde, più intime, quelle che decidono in maniera irrevocabile i nostri percorsi nella vita (e nella professione…). Si parla della rivelazione (a se stessi e agli altri) del genio individuale e della faticosa individuazione della propria strada.
Mi continua fornire spunti l’introduzione, tra Shakespeare e Kant: “Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa. Tutti presto o tardi abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo “qualcosa” lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione: ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono ... O forse la chiamata non è stata così vivida, così netta, ma più simile a piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente pensando ad altro. Retrospettivamente, sentiamo che era la mano del destino.”
Mica male, il mio talento è il mio valore!
Non lo sapevo, ma è sempre bene andare alle radici delle cose, scavare nel passato remoto: il talento è un'antica unità di misura della massa. I Babilonesi ed i Sumeri avevano un sistema in cui 60 shekel formavano una mina e 60 mine formavano un talento. Il talento romano era formato da 100 libbre che avevano una massa inferiore alla mina. Quando era usato come misura monetaria, si intendeva un talento di oro, e quindi il peso di una persona in oro. Durante la Guerra del Peloponneso in Grecia antica il talento era la quantità di argento necessaria per pagare l'equipaggio di una trireme per un mese.
Ricordo piuttosto vagamente, a dire il vero, la Parabola evangelica: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. …»
L’ho riletta e meditata per l’occasione. Ci si possono passare ore sopra.
Un uomo parte per un viaggio (chissà dove, perché, tornerà mai?) ed affida i suoi beni ai suoi servi (e perché non agli amici, ai familiari, alla sposa?). Ad un servo affida cinque talenti, ad un secondo due talenti e ad un terzo un talento (e già questa cosa non è molto politically correct.., ma l’ineguaglianza sembra davvero ineluttabile a questo mondo). I primi due, sfruttando la somma ricevuta, riescono a raddopiarne l'importo (ottimo risultato, chissà in quanto tempo!); il terzo invece va a nascondere il talento ricevuto: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". E’ spaventato, insicuro, ma d’altronde non era quello meno dotato? E’ anche onesto, non l’ha sperperato, ma non basta. Quando il padrone ritorna apprezza l'operato dei primi due servi; invece condanna il comportamento dell'ultimo.
Piccola curiosità: una parabola simile, detta Parabola delle mine si trova nel Vangelo secondo Luca. Le differenze principali tra le due parabole è che in quest'ultima il padrone affida ai suoi servi importi uguali (finalmente!) e che la mina aveva un valore molto più piccolo del talento: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato".